Ponzacco e ‘r su’ Vernàolo
Ponzacco e 'r su' Vernàolo
Parole, detti, proverbi, frasi idiomatiche, sonetti, aneddoti in vernacolo ponsacchino. Voci gergali di lavoro: contadini, terrazzieri, muratori, mattonai, falegnami; riferimenti a figure popolari, usi e costumi, voci onomatopeiche, espressioni fanciullesche nei giochi e nei canti; da fine Ottocento agli anni Settanta
Autore: Benozzo Gianetti
Collaborazione di Gianfranco Raspolli Galletti
Pubblicazione: Ponsacco (Pisa) : Nuovastampa, 2006
Descrizione fisica: 172 p. : ill. ; 21 cm
Prodotto da EDRA spa – Perignano Pisa
Patrocinio del Comune di Ponsacco
I tesori della memoria: viaggio nel tempo con Benozzo
Rubrica di introduzione ai libri di storia locale: interviste a Benozzo Gianetti
Presentazione del volume Ponzacco e ‘r su’ Vernàolo (durata 4:26 minuti)
Il consiglio di Capitan Ercole, l'orso
Ciao ragazzi, sono Ercole, l’orso volontario più forzuto (e peloso) di Ponsacco! Non guardate il muso un po’ burbero, ho un cuore grande così e sono qui per parlarvi di un libro super, anzi, super-vernacolo! Mettetevi comodi e aprite bene le orecchie, o meglio, gli occhi, perché il protagonista di oggi è… “Ponzacco e ‘r su’ Vernàolo”! Non è un nuovo videogioco, ve lo assicuro, ma è una specie di “macchina del tempo” scritta da due grandi: Benozzo Gianetti e Gianfranco Raspolli Galletti.
Ma cos’è ‘sto “vernàolo”? Semplice! È il nostro dialetto, la parlata di Ponsacco, quella che usavano i vostri bisnonni e trisnonni. Immaginate questo libro come un gigantesco e divertente album di figurine, solo che al posto dei calciatori ci sono parole, detti e modi di dire che giravano qui da fine ‘800 fino agli anni ’70. Praticamente, è come se i nostri nonni avessero lasciato un tesoro di linguistico!
Cosa ci trovate dentro?
Le parole dei Mestieri Antichi: Volete sapere come parlava un contadino che lavorava la terra, o un falegname che costruiva mobili? Qui ci sono tutte le “istruzioni” vocali! È un viaggio tra zappe, martelli e chiacchiere sotto il sole.
Il DNA di Ponsacco: Questo libro non è solo un elenco di parole. Racconta la storia di un popolo che è sempre stato un po’ “caparbio e intraprendente” (cioè, testardo ma pieno di idee!). Leggerlo è come capire perché siamo fatti così.
Non è un “Dizionario Mattone”: Non spaventatevi! Non è una roba noiosa da studiare a memoria. Gli autori l’hanno pensato come un “libro di lettura”. Ci sono anche delle “dritte grammaticali” (note essenziali) per non fare pasticci, ma il vero scopo è farvi rivivere gli usi, i costumi e i personaggi della Ponsacco di una volta. È un po’ come guardare una vecchia sitcom locale, ma in formato libro.
Perché è importante?
Il vernacolo è come un superpotere che sta scomparendo. Quando lo impariamo, non solo capiamo meglio le barzellette dei nonni, ma preserviamo la memoria di chi eravamo. È come tenere acceso un faro sulla nostra identità!
Quindi, smettete un attimo di scrollare i feed e fatevi un favore: andate a curiosare in “Ponzacco e ‘r su’ Vernàolo”.
Ciao a tutti, e… ricordatevi di non perdere il vernàolo, perché è la nostra voce!
Parola all'autore: Benozzo Gianetti
“…«Conoscere significa indagare, scoprire, approfondire e infine amare. Per capire la storia, il comportamento della gente, il linguaggio, la cultura, le tradizioni è necessario ripercorrere il tracciato lungo il quale è stata costruita l’essenza di Ponsacco….”
“…La fortuna del ponsacchino è quella di parlare toscano, che assurse a lingua nazionale per le ragioni che sappiamo. In Ponsacco, come in tutta l’area toscana, si usa il vernacolo che è, come dice l’etimologia della parola (verna = familiare) il linguaggio familiare basato sulla corruzione della lingua. Il nostro vernacolo appartiene all’area pisana, essendo Pisa la culla del nostro idioma. Il vernacolo ponsacchino ha parole, detti, modi di dire coloratissimi, molto particolari, con influenza del pontederese, del livornese a causa della vicinanza, degli scambi di lavoro, di commercio, di sport e di svago. Oggi i giovani frequentano le scuole superiori e le Università ma sono soliti parlare il loro “bel ponsacchino” con la particolare inflessione da tutti conosciuta. Se in un gruppo di persone che parlano, c’è un ponsacchino, si riconosce subito fin dalle prime espressioni:...Tuvvòi è vero!..”
“…La raccolta dei vocaboli, modi di dire, frasi idiomatiche che ancora resistono alla standardizzazione dei linguaggi, dei mass media, dei barbarismi, non è stata impresa facile. Nel 1982, con la collaborazione di Gianfranco Raspolli Galletti, pubblicai “Parole e detti in vernacolo pisano” (Edizioni Artoscana), una raccolta di vocaboli dell’area della Valdera e del Piano di Pisa, uno dei primi “vocabolari” che negli anni successivi saranno pubblicati, dopo il grande vocabolario di Giuseppe Malagoli del 1939 (Accademia della Crusca)…A darmi una valida mano sono state due raccolte messe insieme da due concittadini: l’ing. Nello Falaschi e Olinto Cioni con il collaboratore Franco Parenti. Anch’essi hanno segnato parola dopo parola con il relativo significato della lingua. Dal confronto tra le varie ricerche sono scaturiti i vocaboli in uso, quelli in disuso, gli arcaici, quelli usati nel contado. La collaborazione, infine, del Dott. Gianfranco Raspolli Galletti, poeta e critico della letteratura vernacola, ha dato a tutta la mia ricerca il sigillo dell’autenticità e il sostegno continuo per portare a compimento un’opera a lungo meditata.”
Benozzo Gianetti
Premessa del Dott. Gianfranco Raspolli Galletti - poeta e critico letteratura vernacola
“Se già per le cosiddette “aree dialettali” non si possono fissare precisi confini, ancor più il discorso vale per il linguaggio vernacolo dove non esistono certo delle “barriere … doganali” fra località vicine: si pensi che il parlare dei portammaresi era diverso da quello di Pisa Città!
In questo lavoro che abbiamo chiamato “Vocabolario”, ma non ha pretese filologiche, rivive la Ponsacco di una volta, cronologicamente non distante, ma divenuta tanto lontana per le trasformazioni sociali dell’ultimo mezzo secolo.
In questo libro i più anziani ripercorreranno con la mente usanze, giochi, festività di quando erano giovani, rivedranno tanti “personaggi” e i mestieri da tempo scomparsi.. Ma, soprattutto, questo “libro”, così mi piace chiamarlo, non è stato concepito come un classico “Vocabolario” che si apre per “consultarlo”, bensì come un “libro di lettura”, una lettura facile e diversiva per tutti i “ponsacchini”, ma accessibile anche ai tanti .. “neoponsacchini”.”
Note grammaticali essenziali del vernacolo ponsacchino
Vocali
Le vocali E, O sono pronunciate con accentazione spesso opposta a quella della lingua (mèttere “méttere”, mónao “mònaco”).
Riguardo alla O è da notare come, nel contado, sia più accentuato il suo “oscuramento” cioè la mutazione in U (cunigliolo, e anche cunigliulo, per “coniglio”).
Nei dittonghi AU, EU, UO, sistematicamente si verifica “contrazione” (aguri “auguri”, Ufrasia “Eufrasia”, òmo “uomo”)
D: La D diventa T nelle parole sdrucciole terminanti in IDA-IDE-IDI-IDO (làpita “lapida”, stùpito “stupido”). Il gruppo DIA può trasformarsi in GHIA (ghiavolo “diavolo”), ma può verificarsi il caso opposto (diaccio “ghiaccio”)
L: La mutazione della R in L, detta “rotacismo” (molto più accentuata in Provincia che in Città), avviene se la R precede un’altra consonante (mórto “molto”, córpo “colpo”).
Q: La Q nel gruppo CQ è per lo più scritta come viene detta, cioè con la doppia Q (aqqua “acqua”). Spesso il QU iniziale è scritto V (le Varantore “le Quarantore”), la V essendo “in aferesi” preapostrofata in quanto è una semiconsonante e, difatti, viene pronunciata con suono intermedio fra la V e la O
S: La S, dopo la N e la R diventa, e si pronunzia, Z (penziero “pensiero”, farzo “falso”). Il gruppo STI, soprattutto nel contado, spesso diventa SCHI (beschia “bestia”), ma talvolta avviene il contrario (mastio “maschio”)
Z: La Z fra due vocali viene detta e scritta come una doppia Z (pazzienza “pazienza”)
Consonanti
IL: L’art. det. masch. sing. diventa ER o, in aferesi, per elisione della vocale, ‘R (er babbo oppure ‘r babbo per “il babbo”). Al plurale è E (e babbi “i babbi”), ma non va postapostrofato (E’) anche se, erroneamente, lo fece il Fucini poi seguito da diversi epigoni, in quanto nulla è da elidere. L’art. E, postapostrofato, è giustificato solo nei casi in cui sottintende EI, EGLI come ad es. E’ dice bene per “Egli dice bene”. Talvolta l’art. E viene assorbito, in fonetica sintattica, se la parola che precede termina in vocale ed è graficamente espresso con un apostrofo, fonicamente impercettibile, interposto tra tale parola e quella che segue (lava’ panni “lava i panni”).
GLI: Diventa L’ se davanti a vocale (l’arberi “gli alberi”), oppure diventa LI se davanti a S impura (li scolari “gli scolari”), a GN (li ‘gnoranti “gli ignoranti”) e a Z (li zoccoli “gli zoccoli”).
LA e LE: Presentano talvolta, specialmente nel contado, il cosiddetto “agglutinamento”, ossia la concrezione dell’art. det. (la londa “londa”, le londe “le onde”), ma si può verificare l’evenienza opposta per l’aferesi della A iniziale erroneamente intesa come parte dell’articolo (la ‘ascia “la acacia”).
Articolo determinativo
IL: L’art. det. masch. sing. diventa ER o, in aferesi, per elisione della vocale, ‘R (er babbo oppure ‘r babbo per “il babbo”). Al plurale è E (e babbi “i babbi”), ma non va postapostrofato (E’) anche se, erroneamente, lo fece il Fucini poi seguito da diversi epigoni, in quanto nulla è da elidere. L’art. E, postapostrofato, è giustificato solo nei casi in cui sottintende EI, EGLI come ad es. E’ dice bene per “Egli dice bene”. Talvolta l’art. E viene assorbito, in fonetica sintattica, se la parola che precede termina in vocale ed è graficamente espresso con un apostrofo, fonicamente impercettibile, interposto tra tale parola e quella che segue (lava’ panni “lava i panni”).
GLI: Diventa L’ se davanti a vocale (l’arberi “gli alberi”), oppure diventa LI se davanti a S impura (li scolari “gli scolari”), a GN (li ‘gnoranti “gli ignoranti”) e a Z (li zoccoli “gli zoccoli”).
LA e LE: Presentano talvolta, specialmente nel contado, il cosiddetto “agglutinamento”, ossia la concrezione dell’art. det. (la londa “londa”, le londe “le onde”), ma si può verificare l’evenienza opposta per l’aferesi della A iniziale erroneamente intesa come parte dell’articolo (la ‘ascia “la acacia”).
Verbi
I verbi, all’infinito, perdono l’ultima sillaba (caratteristica diffusa anche oltre l’area pisano-livornese), però, per comodità di lettura, talvolta si elimina l’accento o apostrofo che indica il troncamento (mangià‘ “mangiare”, vedé‘ “vedere”, morì‘ “morire”).
I verbi che terminano in ERE sdrucciola sono ugualmente troncati, ma non spostano l’accento (créde‘ “credere”).
Considerendo le irregolarità e le deformazioni che si riscontrano nelle coniugazioni lessicali vernacole, il testo è stato ampiamente corredato di esplicazioni delle forme verbali spesso riportate nella interezza dei modi e dei tempi.
















